Scheda articolo : 185989
XIX secolo, Madonna del Divino Amore, Olio su tela
Epoca: Ottocento

XIX secolo

Madonna del Divino Amore

Olio su tela, cm 100 x 76; con cornice 124 x 100

 

Tra il XVIII e XIX secolo si sviluppò largamente la riproduzione più o meno fedele di opere considerate particolarmente significative all'interno della storia dell'arte, dunque spesso utilizzate come strumento didattico nelle accademie, come sostituto di un originale nelle collezioni private, e come ricordo da portare nelle proprie dimore al termine di viaggi. La riproduzione di opere d'arte durante questi secoli rappresenta un importante fenomeno per la ricostruzione della storia del gusto, la diffusione e il permanere di alcune formule iconografiche e in alcuni casi anche per il recupero di tecniche cadute in disuso.

Nella tela qui analizzata è riprodotta la Madonna del Divino Amore, opera conservata al Museo di Capodimonte a Napoli (Olio su tavola 140 x 109). Citata da Vasari come opera autografa di Raffaello (1483-1520) e a questi attribuita sino alla metà dell'Ottocento, la tavola è oggi considerata un prodotto di bottega ascrivibile alla mano di Giovan Francesco Penni (1488-1528), discepolo e collaboratore dell'urbinate a Roma. L'opera originale è databile tra il 1517 e il 1518 e fu realizzata, secondo Vasari, da Raffaello per Lionello da Carpi signore di Meldolla e da questi passò a Roma nelle mani del nipote, il cardinale Rodolfo. La presenza sullo sfondo della rocca di Meldolla, donata ai Pio da Carpi da Leone X nel 1515, concorda con il passo del biografo aretino, ma l'esecuzione, come già detto, è oggi dalla maggior parte della critica riferita alla bottega di Raffaello e in particolare a Giovan Francesco Penni.

In collezione Farnese (Museo di Capodimonte, sala 4) si conserva un disegno con soggetto identico, anch'esso concordemente assegnato a Penni, che funse certamente da modello per questo dipinto, com'è attestato dalla quadrettatura e dalla traccia, lungo le linee di contorno, della punta metallica impiegata per il ricalco. E' plausibile che il pittore abbia elaborato la composizione attingendo a uno studio autografo di Raffaello, dal quale deriverebbe la struttura compatta e armoniosa del gruppo sacro, coerentemente con le altre versioni note del tema. Il nome con cui la tavola è oggi conosciuta risale solo al 1824 e deriva dal titolo della litografia di Friedrich Rehberg, pubblicata nel suo Rafael Sanzio aus Urbino (Monaco di Baviera, Fleischmann, 1824, pag. 64 e tavola 31). Ripreso dal Longhena nella traduzione italiana della monografia di Quatremère de Quincy, il titolo di Madonna del Divino amore si è quindi imposto nella pubblicistica, benché il modello iconografico del dipinto sia indubbiamente quello del gruppo "Sacra Famiglia con santa Elisabetta e san Giovannino", e in nessun modo quello della Ierusalìmskaja (Madonna in trono con il Bambino sul braccio destro, due angeli ai lati, in alto la colomba dello Spirito Santo da cui promanano i sette raggi dei doni dello spirito). In primo piano si trova il gruppo della Madonna col Bambino in grembo che gioca con san Giovannino, all'ombra di sant'Elisabetta. Al posto della tradizionale composizione piramidale, il gruppo è composto secondo un'innovativa disposizione in diagonale, imperniata sulla gamba sinistra distesa della Madonna che ricorda la Madonna del Belvedere e che s'ispira probabilmente alla Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnellino di Leonardo. Gesù sembra attratto dalla croce di san Giovanni, ribadendo la sua accettazione del destino della Passione. Come nella Madonna del Belvedere, si ritrova a far da tramite tra i due bambini la croce di canne, che da elemento ludico nella tavola di Vienna, assume qui una valenza teologica più marcata, segnata dal gesto benedicente di Gesù diretto verso il san Giovannino genuflesso. A sinistra si apre una loggia dove la figura di san Giuseppe assiste in disparte, sullo sfondo di un paesaggio dal quale spicca, forse, la Rocca di Meldola. Le due donne ed il Bambin Gesù sono raffigurati seduti all'esterno di questa loggia che incornicia il gruppo sullo sfondo di un arco, che in lontananza indica la prospettiva della galleria, segnata anche dalla serie di quattro pilastri illuminati in primo piano dal chiarore della luce mattutina. Ai piedi del san Giovannino e della Madonna, si scorge la pavimentazione di stile romano in coccio a spina di pesce, alterata da buche e dall'incedere del tappeto erboso, a designare forse un monumento in rovina non meglio identificato.

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