Scheda articolo : 185609
Francesco Battaglioli (1717-18 – post 1796) Capriccio architettonico, Olio su tela
Epoca: Settecento

Francesco Battaglioli (Modena (?), 1717-18 – Venezia, post 1796)

Capriccio architettonico

Olio su tela, cm 195 x 140

 

La scenografica tela appartiene al genere dei Capricci architettonici, denominazione già in uso nel Seicento per indicare un insieme di architetture per lo più ispirate all'antico, quasi sempre animate da figure e spesso in connubio con elementi naturali e ameni paesaggi. Tale produzione ebbe grande fortuna proprio tra il XVII e il XVIII secolo, con grandi artisti, quali Viviano Codazzi, Giovan Paolo Pannini e Antonio Joli. La fortuna arrise a questo genere di dipinti fino al romanticismo, per poi venir meno poco a poco, fin quasi a scomparire. La nostra opera è da collocarsi senza alcun dubbio all'epoca d'oro del Capriccio architettonico, e, alla luce della perizia condotta dal Prof. Giancarlo Sestieri, è ricondotta al pennello di Francesco Battaglioli per la sua intrecciata impostazione stilistica e per il suo piacevole e stupefacente decoro fine a se stesso. Le sue prime tracce documentarie risalgono agli anni quaranta del Settecento, quando è attivo come scenografo per il Teatro di S. Cassiano, un'abilità questa che lo condusse anche in Spagna tra il 1754 e il 1760. Tornato in patria, nel 1778 coronò una carriera internazionale già di successo, con la cattedra di prospettiva all'Accademia di Venezia, succedendo ad Antonio Visentini. Il nostro quadro va molto probabilmente datato al periodo di ritorno dalla Spagna, quando il pittore si dedicava a fantasiose vedute, connotate da uno straordinario equilibrio tra le architetture monumentali e l'arioso, ma talvolta evanescente, paesaggio. Assai abile nel rendere le architetture, Battaglioli chiese invece collaborazione a valenti figuristi, come Gaspare Diziani, Francesco Zugno, Francesco Fontebasso. In primo piano, a inquadrare la veduta resa con una prospettiva perfetta, è posto un imponente loggiato classicheggiante, parzialmente in rovina, caratterizzato da colonne binate con capitelli compositi sorreggenti trabeazioni e archi a tutto sesto, nei quali sono incastonati busti clipeati e targhe celebrative. Nella parte inferiore, la fontana polilobata, le balaustre dall'andamento sinuoso, ci rivelano quanto la conoscenza erudita della classicità si sia pienamente fusa con la fervida fantasia rococò. Il maestoso palazzo può essere considerato un'architettura di fantasia, per quanto ispirato alle sontuose regge europee dell'epoca, e si affaccia su un elegante canale, oltre il quale si nota un paesaggio verdeggiante. Nel suo complesso l'opera è una straordinaria testimonianza della cultura del tempo, in cui inizia a trasparire un certo amore per la rovina, secondo un gusto quasi preromantico, che porta qui il pittore a porre in primo piano le arcate danneggiate dal tempo, la vegetazione che si infiltra tra le pietre, le balaustre spezzate, la statua mutilata. Eppure non si è già all'interno di quella temperie culturale ottocentesca, in cui la rovina era realmente sentita come una testimonianza del tempo che tutto corrode e della transitorietà delle imprese umane; con Battaglioli si è ancora allo stadio precedente a questo percorso, in cui l'antico, la rovina e la creazione fantastica si fondono insieme, sotto il segno dell'estetismo che connota il XVIII secolo.

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