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Alceo Dossena, Madonna con Bambino in trono, Rilievo in marmo, Cm 64 x 49,3 x 2,5, con cornice cm 104,5 x 67 x 13
Autore : Alceo Dossena
Epoca: Primi del Novecento

Alceo Dossena (Cremona, 1878 – Roma, 1937),

Madonna con Bambino in trono,

Rilievo in terracotta, cm 64 x 49,3 x 2,5, con cornice cm 104,5 x 67 x 13

 

Alceo Dossena (Cremona, 1878 – Roma, 1937) è stata una delle figure più enigmatiche e affascinanti del mondo dell'arte, egli infatti creò autentici capolavori che venivano attribuiti dagli studiosi a Giovanni e Nino Pisano, a Simone Martini, al Vecchietta, all'Amadeo, a Donatello, a Mino da Fiesole, a Desiderio da Settignano, ad Andrea del Verrocchio, ad Antonio Rossellino e ad altri celebri maestri del passato, tutte opere che mai nessuno sospettò potessero essere realizzate da uno scultore contemporaneo. Queste splendide sculture possedevano un pregio che raramente si può riscontrare nelle opere di un falsario: avevano la forza dell'originalità, infatti non si trattava di copie di esemplari noti, ma di modelli originali creati ex novo, semplicemente realizzati secondo i dettami stilistici e le tecniche esecutive dell'antichità classica, del Due e Trecento o del Rinascimento.

Le sue opere, realizzate nello stile dei grandi maestri del passato, erano di qualità così straordinariamente elevata che permisero ad alcuni mercanti italiani poco onesti di piazzarle all'estero, in particolare negli USA, dove sono state esposte in alcuni dei principali musei fino all'epoca del grande scandalo (1928), quando le sculture vennero riconosciute false, le stesse venivano considerate dagli studiosi come opere originali. Dossena iniziò a lavorare da ragazzo nella bottega di un marmista che produceva portali, balaustrate e colonne in vari stili, per soddisfare le richieste degli architetti, amanti dei revivals, che costruivano villini o restauravano castelli, secondo il gusto del tempo. A quegli anni risale il breve apprendistato a Milano presso A. Monti, importante per la sua conoscenza della scultura quattrocentesca dell'Italia settentrionale (Pope Hennessy, 1974, p. 256) Dopo l'armistizio del novembre 1918 il Dossena si stabilì definitivamente a Roma dove aprì uno studio in un magazzino abbandonato e una delle sue opere (un bassorilievo raffigurante la Madonna) colpì la fantasia e suscitò l'interesse commerciale dell'antiquario gioielliere Alfredo Fasoli, che lo avviò all'attività di falsario. Costui, sempre più entusiasta delle possibilità tecniche del falsario, combinò addirittura un trust fra vari antiquari italiani che incoraggiarono l'artista a praticare questa attività, suggerendogli soggetti e modelli, fornendo oltre al denaro anche i materiali idonei, nuovi locali e tutto l'occorrente per una produzione estesa a decine e decine di pezzi. Non si trattava di pochi esemplari, ma addirittura di finti spogli di intere cattedrali distrutte, che si diceva affiorassero nelle bonifiche agricole del Maremmano. Giunto presto a saturazione il mercato e serpeggiando dubbi sempre più concreti circa l'autenticità di tanti nuovi capolavori scultorei, intorno al 1926 si cominciò a parlare di un maestro italiano autore di falsi rinascimentali, greci ed etruschi. La storia divenne pubblica nel 1928 quando il Dossena ruppe ogni accordo con gli antiquari. Il bostoniano H.W. Parsons, consulente dei più importanti musei americani, principale acquirente-vittima del "bell'inganno", riuscì, durante un'intervista davanti ad un dossier fotografico, a farsi raccontare la vera storia di quegli oggetti dallo stesso Dossena (Art News, 1° dic. 1928). La produzione di falsi risale soprattutto al decennio 1918-28; i tre rilievi neoquattrocenteschi in terracotta con Madonna con Bambino, conservati presso il Victoria and Albert Museum di Londra, eseguiti intorno al 1929, ad esempio, non imitano lo stile di nessun artista in particolare, proprio perché successivi allo scandalo del 1928 (Pope Hennessy, 1964). L'artificio tecnico ideato dall'artista nella creazione dei falsi si fonda sulle patine da lui osservate nei monumenti e nelle chiese della terra natia e dei luoghi circonvicini. La sua patina non è una sovrapposizione di materiali, come quella che si trova nelle sculture di scavo, ma è una tonalità di colore sottostante all'epidermide, penetrata all'interno per gradi, fissatasi indelebile nei sottosquadri, come appunto si verifica nei marmi medievali e rinascimentali. Non si tratta di un imbratto dato e ritolto al lavoro finito, secondo il metodo usato dagli altri falsari: il suo procedimento geniale era quello di scolpire le composizioni sin quasi a compimento, con piani lisciati dalla gradina, e a quel punto applicare una patina liquida a base di permanganato, acqua di ruggine e terra di quercia essiccata al calore della fiamma a gas. In tal modo si veniva a mascherare l'intera superficie con una crosta nerastra; successivamente, sulla rifinitura, con gli scalpelli piani ed i calcagnoli egli mondava la superficie stessa e, come ad un frutto, scopriva la polpa del marmo, con l'alone interno di patina, come nell'antico. Quando poi le parti in oggetto venivano polimentate con piombo e acido ossalico, e si aggiungevano le fratture ed i danni accìdentali, il maquillage era perfetto. Il Dossena morì a Roma nel 1937. Nel 1956 (4-14 febbraio) fu organizzata una mostra nella sala dell'Associazione della stampa a palazzo Marignoli a Roma (Cellini, 1956, p. 58). Il rilievo in marmo raffigura la Madonna con Bambino in trono; l'altorilievo appartiene alla produzione documentata di opere raffiguranti la Madonna con Bambino, derivata dei modelli del quattrocento fiorentino di autori come Antonio e Bernardo Rossellino. L'evidente ripresa dai due scultori fiorentini si può osservare tramite opere del medesimo soggetto: una Madonna con Bambino attribuita a Bernardo Rossellino (Fototeca Zeri, Mercato antiquario Londra, cm 67x48), la Madonna di Antonio Rossellino (Collezione Cini, Monselice), la Madonna in stucco attribuita ad Antonio Rossellino molto simile a quella del Dossena (Asta Jandolo e Tavazzi, Roma, 1910, lotto n. 378, cm 116 x 61), quella attribuita alla bottega (stucco, cm 64 x 48, Collezione Privata, Roma), infine sempre ad Antonio Rossellino una Madonna di ubicazione sconosciuta (Fototeca Zeri, cm 65 x 47).

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