Scheda articolo : 182250
XVI secolo, Matrimonio mistico di Santa Caterina, Olio su tela, Cm 76 x 80, Cm 97,5 x 102,5 con cornice
Epoca: Cinquecento

XVI secolo,

Matrimonio mistico di Santa Caterina,

Olio su tela, cm 76 x 80

Cm 97,5 x 102,5 con cornice

 

La tela in esame è una ripresa di un celebre dipinto di Paolo Caliari, noto come Paolo Veronese (Venezia, 1528 – Venezia, 1588), oggi conservato presso le Gallerie dell'Accademia di Venezia, un tempo collocato sull'altar maggiore della chiesa di S. Caterina. L'opera fu realizzata dal grande maestro veneto intorno al 1571 ed era già particolarmente ammirata in antico, come si evince dall'incisione che realizza Agostino Caracci nel 1582 e dalle parole di elogio presenti nella Carta del Navegar Pitoresco (1660) di Boschini , che così ne celebra lo splendore cromatico: “Se puoi dir che ‘I Pitor, per far sti afeti, / oro l’habia impasta perle, e rubini, / e smeraldi, e safili più che fini, / e diamanti purissimi, e perfeti”. La scena rappresentata è il matrimonio mistico tra Caterina di Alessandria e Cristo, un'iconografia che nasce nel XV secolo e in molti casi preferita rispetto al più cruento martirio della santa con la ruota. Nella versione del Veronese, la scena sacra sembra assumere l'aspetto di una lussuosa festa cinquecentesca: Santa Caterina è abbigliata secondo la moda del tempo, con sfarzosi vestiti e preziosi gioielli, e si avvicina alla Vergine, circondata da angeli musicanti e curiosi osservatori.

Il nostro pittore, ammirando il Veronese, seleziona soltanto una parte della grande pala d'altare, ponendo al centro dell'attenzione dell'osservatore, lo scambio dell'anello tra Cristo bambino e la santa, disposti lungo la diagonale della scalinata, sulla quale viene dinamicamente costruita l'intera composizione. Si mantiene il vivace colorismo, ricco di luminosità del Caliari, anche se vengono meno alcuni preziosi dettagli, come i fastosi gioielli al collo della santa o la fantasia prebarocca di angeli in volo, mentre altri elementi subiscono delle modifiche, quasi che il pittore o il committente volessero attribuire al dipinto un carattere di maggiore sobrietà, per una più austera devozione privata.

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