Scheda articolo : 173732
Attr. ad Alessandro Turchi, detto l'Orbetto (1578 – 1648), San Gerolamo penitente, Olio su rame, cm 17 x 14
Epoca: Seicento

Attr. ad Alessandro Turchi, detto l'Orbetto (Verona, 1578 – Roma, 1648)

San Gerolamo penitente

Olio su rame, cm 17 x 14; con cornice cm 33 x 30

 

Il raffinato rame in esame per impostazione stilistica e formale può essere attribuito a un pittore particolare e affascinante come Alessandro Turchi (1578-1648).

Inizialmente fu allievo di Felice Brusasorzi o Brusasorci (1539-1605), per poi proseguire la sua formazione con la conoscenza della pittura veneziana, probabilmente con un soggiorno tra 1605 e 1610, e quella bolognese. Ottenne da subito commissioni nella sua città natale, dove realizzò anche numerose opere in rame, di piccole dimensioni. Circa nel 1616 si stabilì a Roma, dove partecipò alla decorazione della Sala Regia in Vaticano con Marcantonio Bassetti (1586-1630) e Carlo Saraceni (1585-1625); il soggiorno romano segnò una svolta nello stile del Turchi, coniugando il luminismo caravaggesco con un cromatismo di origine veneta, nell'ambito di una pittura di orientamento sempre più decisamente classicista. Nel 1637 fu eletto Principe dell'Accademia di San Luca.

In questa opera si evidenzia tutta la sua qualità, nell'accuratezza del disegno e dell'esecuzione, e nella ricchezza cromatica, caratterizzata da un colore raffinato ed espressivo. Il pittore sceglie di raffigurare San Gerolamo, uno dei quattro Padri della Chiesa occidentale. Nato a Stridone nel 341 da nobile famiglia cristiana, egli è noto soprattutto per l’importante traduzione dall’ebraico al latino della Bibbia, oltre ad altri scritti di soggetto religioso. Per questa ragione è annoverato, come si diceva, tra i quattro Padri della Chiesa occidentale, assieme a Gregorio, Ambrogio e Agostino. Dal punto di vista iconografico, esistono tradizionalmente due versioni del santo, che hanno avuto diffusione nel corso dei secoli. Una prima lo vede ritratto in uno studio, intento a leggere un libro, in omaggio alla sua attività di autore di opere sacre. Una seconda, invece, punta sull’aspetto da penitente, poiché il santo trascorse un lungo periodo da asceta nel deserto della Calcide (353-358), dove, secondo la tradizione, avrebbe estratto una spina dalla zampa di un leone, che aveva incontrato (per questo motivo l’animale gli divenne fedele e lo accompagnò ovunque). Iconograficamente l'opera sintetizza la figura di san Gerolamo, sia come penitente sia come erudito, il libro è infatti un riferimento alla Vulgata, mentre il crocifisso e il sasso tenuto nella mano sinistra, gli strumenti penitenziali. Può rintracciarsi un interessante confronto stilistico con un dipinto su lavagna di dimensioni analoghe conservato a Piacenza, presso i Musei di Palazzo Farnese, raffigurante un S. Gerolamo. Fra le numerose opere musealizzate si può citare un San Sebastiano a Milano, presso i Musei del Castello Sforzesco.

 

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