Scheda articolo : 173652
Attr. a Pasquale Ottino (1578 – 1630), Natività, Olio su lavagna, cm 36 x 25
Epoca: Cinquecento

Attr. a Pasquale Ottino, detto Pasqualotto (Verona, 1578 – 1630)

Natività

Olio su lavagna, cm 36 x 25

 

La pittura su pietra, nota sin dall'antichità, e ripresa a Roma nel Cinquecento, fu particolarmente ricercata per il concetto di eternità dell'opera d'arte. Pittori come Sebastiano del Piombo o Pietro Bembo erano certi che, tale tecnica artistica, essendo priva di preparazione e grazie al supporto inalterabile, fosse indistruttibile, inattaccabile dai tarli e dall'umidità. In realtà l'eternità della pietra contrasta con la particolare fragilità del supporto, così da rendere specialmente le opere più estese particolarmente soggette a rotture e fenditure: delle numerose pitture ricordate dalle fonti, si pensi che nelle chiese e perfino in San Pietro erano state sostituiti dipinti su tela con altri su pietra, si conoscono oggi pochi esemplari. La maggior parte dei dipinti su tale supporto giunti a noi sono oggi di piccole dimensioni, come il modello qui esaminato, legato alla devozione ed al collezionismo privato, che li considerò spesso vere e proprie meraviglie, naturalia da inserire nelle wunderkammer. I supporti di pietra più utilizzati erano il marmo, la ametista, la pietra di Volterra detta paesina, i lapislazzuli indiani, l'alabastro e, come in questo caso la semplice lavagna nera, detta pietra di paragone.

Verona fu un centro particolarmente attivo nella produzione di piccoli dipinti sulla locale pietra di paragone, ed è proprio al centro scaligero che va riferito il nostro dipinto: in particolare alla mano del pittore locale Pasquale Ottino, detto Pasqualotto (1578-1630). Nato nel 1578 a Verona, la sua formazione artistica si svolge presso la bottega di Felice Brusasorci (1539 - 1605) insieme ad Alessandro Turchi, detto l'Orbetto (1578 - 1649) con il quale porta a termine la grande tela raffigurante la Caduta della Manna in San Giorgio in Braida a Verona.

La fase iniziale è improntata sulla maniera del maestro, come testimoniano le sue prime opere (si veda la pala giovanile eseguita per la chiesa di San Giovanni Evangelista di Alae l'Età dell'oro al Museo di Castelvecchio). Dopo aver concluso le opere del maestro si trasferisce a Rimini, dove esegue nella chiesa di San Giuliano i laterali della pala di Paolo Veronese e, probabilmente, qualche quadro su pietra di paragone che tanto lustro aveva dato alla bottega del maestro. Dopodiché la sua presenza è testimoniata anche a Roma.

Come Alessandro Turchi dipinge su vari supporti quali rame, tela o, come nel caso in esame, lavagna. La sua pittura è capace di costruire uno stile origoinale a rticolato, partendo da influenze diverse, dal maestro, ad una sensibilità verso l'opera di Guido Reni (1575 - 1642), all'influenza del Cavalier d'Arpino (1568 – 1640).

Un interessante confronto stilistico può essere riscontrato con una Deposizione, in collezione privata passata in asta a parigi con stima € 15,000 – 20,000 (Beaussant-Lefevre, 15/10/2008, lottto n. 18). Fra le sue oipere musealizzate si può citare una Madonna in trono con Santi conservata presso il Museo di Castelvecchio a Verona.

Content for class "clear" Goes Here