Scheda articolo : 170151
Attr. a Paolo Borroni (1749 - 1819), Ritratto di Gentildonna Olio su tela, cm 87 x 74
Epoca: Settecento

Attr. a Paolo Borroni (Voghera, 1749 - 1819)

Ritratto di Gentildonna

Olio su tela, cm 87 x 74; con cornice cm 97 x 83

 

Borron, non so adular. A questo o a quello il guardo io volga, la natura ammiro; e così ben m'inganna il tuo pennello che veggo errar quegli occhi, odo il respiro”1. Con questi versi il poeta Elia Giardino descrive i ritratti dei marchesi Belcredi realizzati da Paolo Borroni (1749 - 1819), pittore raffinato, a cui può essere attribuito per caratteri stilistici e formali questo ritratto di Gentildonna. Nato a Voghera nel 1749, la sua formazione inizia a Milano presso la bottega di Calderoni tra il 1761 e il 1765, in seguito si stabilì a Parma frequentando la scuola di Benigno Bossi (1727 – 1792) presso l’Accademia. Si ricorda che al concorso accademico del 1771 vinse, in competizione con Francisco Goya (1746 - 1828), il primo premio con una tela raffigurante Il genio della guerra conduce Annibale in Italia (Parma, Galleria Nazionale). Nel 1772 si recò a Roma, dove frequentò le accademie di S. Luca e di Francia e conobbe la pittura di Pompeo Batoni (1708 - 1787). Dopo un breve soggiorno a Venezia, ritornò a Voghera nel 1776. Qui dipinse tra il 1777 e il 1778 per lo più opere di carattere religioso, conservate in numerose chiese della città. Nel 1780 fu per qualche tempo a Rivalta Trebbia, dove eseguì affreschi e dipinti per i marchesi Landi. Tra il 1780 e il 1787 fu spesso a Milano, entrando in contatto con il mondo intellettuale di cui molti esponenti furono effigiati nei suoi ritratti. Nel dicembre 1786 andò a Torino per eseguire il ritratto di Vittorio Amedeo III per la città di Ginevra che gli valse la nomina a Cavaliere dello Speron d’Oro. L'opera corrispose tanto alle aspettative di quel governo che gli proposero di restare come direttore dell'Accademia di pittura ma il Borroni rifiutò. L’anno successivo fu nominato pittore del re. La sua formazione, che lo conduce dal barocchetto al classicismo, lo portò alla ricerca del bello ideale e all’individuare nell’espressione dell’effigiato i canoni di finezza e di armonia. Tra il 1780 e il 1787, in particolare, fu presente a Milano dove dipinse numerosi ritratti di famiglie milanesi aristocratiche, alcuni dei quali sono attualmente conservati presso l'ospedale Maggiore. Per l'artista il confronto con il vero diventa inevitabile per il Borroni e significativo a tal proposito è l'episodio, sospeso tra verità e leggenda, del cane di un generale tedesco che nell'effige somigliantissima riconosce il padrone. Tuttavia la dolcezza della sua pittura lo porta a cogliere le forme essenziali e caratteristiche delle fisionomie, raddolcendone con molta maestria i difetti e le offese2; nonostante l'esperienza milanese avesse orientato il Borroni verso forme più realistiche, per il contatto con il Todeschini (1664 - 1736) o il Ceruti (1698 - 1767). Con quest'ultimo si è arrivati addirittura a ipotizzare l'attribuzione al Borroni di opere già assegnate al Ceruti. In generale la sua opera si inserisce nella tradizione lombarda e milanese, con un gusto aulico e raffinato, internazionale, di tendenza francesizzante, molto apprezzato dalla committenza signorile3. Alcuni interessanti confronti stilistici possono essere riscontrati con suoi ritratti conservati in importanti collezioni private o presso le collezioni dell'Ospedale Maggiore di Milano.

1,2,3BONO G. V., Paolo Borroni: un pittore vogherese nell'Europa del '700, 1985, Voghera, p.15; pp.14- 15; pp.17

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