Scheda articolo : 164219
XIX secolo, VESTALE, Gesso, alt. cm 108
Epoca: Ottocento

XIX secolo

Vestale

Gesso, alt. cm 108

 

La scultura analizzata ritrae la figura di una vestale, ovvero, in Roma antica, ognuna delle vergini sacerdotesse che formavano il collegio sacro (collegio delle vestali) addetto al culto della dea Vesta e alla custodia del fuoco sacro e del “focolare” domestico e pubblico, ossia della famiglia e dello stato. I riferimenti con la cultura antica sono evidenti confrontando le opere di medesimo soggetto, ad esempio la Vestale Massima oggi al Museo Nazionale Romano a Roma. Un ulteriore confronto può essere effettuato con la Vestale di Pietro Tenerani (1789-1869), il cui gesso è conservato oggi presso l'Accademia di San Luca a Roma.

Si conservano numerose statue di vestali massime, rinvenute fra le rovine dell'Atrium Vestae del Foro. Esse ci confermano le indicazioni dei testi, relative all'acconciatura matronale delle sacerdotesse. La vestale è rappresentata sempre col capo adorno delle vittae e dell'infula sacerdotali e coi capelli raccolti sotto i seni crines, una specie di parrucca di cerimonia, propria delle matrone e vietata alle fanciulle e alle meretrici; e la testa è spesso raccolta nel suffibulum, che non è probabilmente altro che il velo usato ordinariamente nei riti sacrificali, ma che, secondo alcuni, ricorderebbe il rosso flammeum di cui si velavano le fidanzate nel dì delle nozze. La tunica è stretta alla vita col cosiddetto “nodo d'Ercole”, com'era d'uso nell'acconciatura delle spose novelle.

In principio le vestali erano tre o quattro fanciulle vergini, in seguito il loro numero fu portato a sei fanciulle che erano sorteggiate all'interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni appartenenti a famiglie patrizie. La consacrazione al culto, officiata dal Pontefice massimo avveniva tramite il rito della captio e il servizio aveva una durata di 30 anni: nei primi dieci erano considerate novizie, nel secondo decennio erano addette al culto mentre gli ultimi dieci anni erano dedicati all'istruzione delle novizie. In seguito erano libere di abbandonare il servizio e sposarsi.

La loro vita si svolgeva nell'Atrium Vestae, accanto al tempio di Vesta, ma potevano uscire liberamente e godevano di privilegi che le rendevano del tutto uniche tra le donne romane, nonché di diritti e onori civili: mantenute a spese dello Stato, affrancate dalla patria potestà al momento di entrare nel Collegio, erano le uniche donne romane che potevano fare testamento, potevano testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio. Questo per quanto attiene al loro status sociale.

Atteneva invece piuttosto al loro ruolo sacerdotale il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente (perché il nefas rappresentato da questo incontro fosse immediatamente compensato) e quello di essere sepolte entro il pomerio, a significare che la loro esistenza era così sacra che neppure le loro ceneri erano nefas.

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